L’unico gesto sensato è quello di Pietro Terracciano. Il portiere ha fatto una donazione all’ospedale San Raffaele di Milano per sostenere il reparto di terapia intensiva, quello maggiormente sotto pressione per l’emergenza coronavirus. Una ventata di umanità che timidamente riconcilia il mondo delle cose pallonare con il Paese reale dal quale troppo spesso sembra essere altro. Nemmeno di fronte ad un’Italia che affonda il calcio e i poteri che lo dirigono hanno avuto la decenza di fermarsi. Giocare noncuranti di condizioni simili è stato uno spregio alla logica, un’offesa verso chi tenta l’impossibile per salvare delle vite umane. Disastroso il ministro Spadafora che, non pago della batosta incassata sul trasmettere le partite in chiaro – pare che il ministro non conosca la legge Melandri – a poco meno di un quarto d’ora dall’inizio della partita di Serie A chiede la sospensione del campionato gettando nella più totale confusione. Di fronte a questo spettacolo indecoroso anche lo sciapo spettacolo andato in scena in una surreale Dacia Arena perde di qualsiasi significato. Ogni commento superfluo, per non dire fuori luogo. Il calcio è la sublimazione della socialità, un condensato di colori e in questo momento non è calcio e non solo perché non ci sono i tifosi sugli spalti. L’attenzione deve stare altrove. Adesso non conta quanti palloni ha sbagliato Badelj, non ha senso calcolare il possesso palla, i calci d’angolo concessi all’Udinese né i punti che ancora occorrono per essere matematicamente salvi. Adesso i numeri di cui tener conto sono solo quelli della Protezione Civile: 7985 i malati (+ 1598 rispetto a ieri), 463 i decessi. Qualche nota positiva viene dalle ex zone rosse perché l’isolamento, unico metodo funzionante da 2000 anni ad oggi per contenere il morbo, sta facendo diminuire i contagi. Sconfiggere questo male passa anche da un cambio di atteggiamento e la decisione presa dal premier Giuseppe Conta va, finalmente in questa direzione. Il pallone e i suoi rimbalzi possono tranquillamente attendere.
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