La gioventù del calcio italiano è chimerica e precoce. Nulla si sviluppa. Nulla si tempra col tempo. Perciò l’Italia è un paese vecchio. Proprio perché ci si usura e si sviluppa molto velocemente la cultura del passivo, della sedentarietà. Non esiste la cultura del bello. L’estetica, forse. Ma, questa, è solo frutto della morale: tecnica che fa perpetuare canoni ritenuti giusti.
Il calcio italiano è elitario. Vengono posti, all’interno delle squadre, giocatori non meritevoli (per vari motivi che vengono fatti apparire leciti). Vengono, gli immeritevoli, esposti come cose “buone e giuste” dalla stampa che non pare trarre opinioni proprie. In realtà nessuno vuole trarle. Questo bel paese ha, dentro i suoi confini, innumerevoli individualità. Ciascuna vive appartata nel proprio mondo: il mondo del “non finito”. Poiché ci usuriamo rapidamente, vogliamo chinare tutto al nostro volere.
Fare i conti con la realtà. Capire che la pazienza sia il miglior mezzo. L’espressione di sé arriva dopo un lungo allenamento. Allenamento susseguito da innumerevoli fatiche. Se non fatichi, non raggiungerai l’obiettivo. E, prima che qualcuno pensi il contrario, sarebbe da mettere in chiaro questo: le azioni brevi hanno durata breve. E nessuno vuole durare poco.
Dovremmo praticare, ma non lo facciamo, uno stile di vita. Quello stile di vita viene dalle nostre conoscenze iniziali, o innate. L’insegnante vero non divide il giusto dallo sbagliato. E, pure qui, se qualcuno volesse dire qualcosa, vada a leggersi come insegnavano i pellerossa e i primissimi greci. Sono le “scuole” la decadenza. Lo dice anche Nietzsche e, nel calcio, lo ha detto Giampaolo (ex allenatore tra le altre del Milan).
Nessuno sviluppa i propri concetti, le proprie capacità sensibili, intellettive. Schiacciati e oppressi, i giovani vengono usurati fin dai primi passi dalle istituzioni. Nel calcio “normalmente” come nel mondo “normale”.
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