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Calcio, il tecnico sostituisce l’allenatore

Il calcio sta divenendo specifico e stanno riscontrando sempre “migliore” importanza le tecniche di controllo. 

Controllare e specificare. Ridurre in insiemi. Chi può essere il tramite migliore per principi del genere, se non il “tecnico”. Tecnico è quello che non crea niente, ma che perpetua un metodo.

Tra i tecnici vengono scelti quelli che abbiano, in un’idea già prescelta del calcio, le caratteristiche utili per imporla.

In Italia: l’idea che, per migliorare un calcio monotono e lento come quello italiano, si debba aumentare la pressione e concentrarla in un campo ristretto e corto. Aumentare i contatti fisici e gli scontri di gioco.

Infatti, in Serie A è sempre maggiore la quantità di partite, nella quale, più che giocare, si assiste a veri e propri scontri di lotta greco-romana.

Per “giocare” si intende il ritmo con con cui viaggia la palla. E in Italia è spezzettato. Poi esiste il “giocare bene” e il “divertire”. Nei nostri confini, come già capita nel resto d’Europa, vorrebbe imporsi il secondo, ma abbiamo una concezione dell’estetica un po’ vaga. Certo, è insito negli italiani il contatto fisico. Basti pensare agli anni ‘70-’80, quando le magliette venivano strappate dai difensori azzurri. Parlare di bel gioco, però, è tutt’altra cosa.

Questa opinione prende spunto dalla realtà del giornalismo e delle istituzioni calcistiche: vorrebbero annientare l’identità italiana, ma non ci riescono.

Difatti, dalle bocche di molti esce che si debba guardare all’estero, come ad una Terra Promessa del Calcio. Certo, ma, d’altro canto, bisognerebbe mettere in atto quello di cui si blatera.

Se vogliamo, seguendo le modalità di ragionamento usate da certi personaggi, il “bel gioco”, dobbiamo dimenticare il passato. E in Italia, secondo paese più vecchio del mondo, non è certamente cosa plausibile.

Allora, il “divertire” dovrebbe essere quello che vediamo. Ed è così, infatti, che viene spacciato. Ma la contraddizione, che non è altro se non una tenue speranza dell’abbattersi di problemi mnemonici nelle istituzioni vecchie e logore, sta proprio nel credere che il nostro calcio sia cambiato e rispecchi i canoni europee. Solo perché si è avanzata di qualche metro la linea di difesa, non vuol dire che si giochi il calcio totale.

In realtà l’Italia, come è naturale che faccia qualunque altro popolo, dovrebbe guardare a se stessa, ma il problema è che ha paura di farlo.

Non si capisce quale vergogna ci sia. Forse saremmo realisti e sarebbe meglio non esserlo.

Comunque, rientrando nei confini tematici di questo articolo, l’allenatore non rappresenta più un mestiere vivente.

Il tecnico toglie la “qualità reale” per lasciare posto alla “qualità qualificata”. Impone le sue idee ai calciatori e li costringe all’interno di un metodo che non deve rispecchiare le inclinazioni “reali”.

In questo momento storico del calcio, la costrizione sta avvenendo anche ai massimi livelli. Basta pensare a quello che Italiano fa con la Fiorentina: un solo metodo che tutti i giocatori viola devono ripetere a memoria e alla solita maniera.

Per ora resta una cosa a metà, ma in futuro i calciatori non subiranno neanche più la minima percezione di essere costretti. Questo andrà a discapito della reale qualità, della conoscenza e della diversità.

I nuovi principi del calcio saranno: qualità qualificata, specificità e differenza. Principi che già adesso, persino nel sociale, possiamo osservare all’opera.

Il tecnico, specifico nella spiegazione del metodo e invasivo per ottenerne l’applicazione pratica, ha ormai iniziato, inesorabilmente, il suo cammino, spodestando la figura dell’allenatore. Figura che amava la conoscenza del calcio, attraverso l’ascolto del calciatori e l’espressione delle sue reali qualità, che venivano incastrate in un qualcosa di molto flessibile e dinamico.

Manuel Cordero

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