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Duncan /2: "Razzismo? E' l'educazione che lo radica nella società"

In questa seconda parte, il centrocampista della Fiorentina affronta il tema del razzismo e conclude con i suoi hobby e i suoi idoli calcistici

Questa la seconda parte della lunga intervista rilasciata da Duncan ai microfoni ufficiali della Fiorentina:

LE GRANDI TEMATICHE
"Personalmente trovo sempre il tempo di pensare anche a ciò che farò in futuro. Devo essere sempre organizzato, sono fatto così. Vorrei essere sempre più organizzato possibile per ogni piccola cosa. Quando mi siedo a ragionare sulla mia vita mi vengono in mente alcune cose da fare, e altre da non fare. Ciò che posso migliorare, o ciò che posso evitare. E guardando la mia vita personale riesco a capire ed inventare certe cose. Quello che dico e che faccio si basa sulla mia esperienza".  

IL RAZZISMO E L'EDUCAZIONE
"In tutto il mondo il razzismo è radicato, quando analizziamo tutte queste sceneggiate razziste. Alcuni tifosi non lo fanno per cattiveria, ma per dare fastidio ai giocatori avversari. E lo fanno anche alcuni giocatori nei confronti di altri giocatori. Lo fanno perché alla fine non hanno niente di diverso: siamo in campo, da avversari, giochiamo entrambi in Serie A, giochiamo in squadre forti, quindi non abbiamo niente di diverso. E in quel momento l’unica cosa che può dirmi per darmi fastidio è quello. Poi ci sono gli ignoranti, senza educazione. Ma non per colpa loro. E questa cosa io continuo a ribadirla: allo stadio trovi il padre che dice certe cose, e fa certi gesti davanti al bambino, che impara e cresce facendo ciò che fa il padre. E’ inevitabile. Il bambino cresce imitando il genitore. Le persone fanno quello che fanno prendendolo dai genitori. Quello che insegni ai bambini sono i valori che si porteranno dietro tutta la vita. I bambini devono ragionare con la loro testa, facendo la cosa giusta, e io cerco sempre di insegnarlo. Bisogna capire il come e il perché. Tanti genitori dicono ai bambini ‘quello è nero’ o ‘quello è giallo’, subito marcando una differenza col bianco. Il bianco non va sporcato, il nero lo puoi sporcare. L’educazione per me è alla base di tutto questo. Quindi che uno lo faccia apposta, o che lo faccia per dare fastidio, per me il razzismo non finirà mai. Ci sono tante misure per diminuirlo, ma non vengono implementate. Vuol dire che le autorità non hanno la voglia di diminuire il razzismo. E andremo sempre avanti così. Quando uno vuole evitare una cosa fa di tutto per evitarla, ma se non lo fa, è cosciente, vuol dire che non lo vuole fare. Faccio un esempio, e non ce l’ho con le autorità. Però, se una tifoseria fischia un giocatore di colore in campo, e la società venisse multata una cifra elevata, il club va dai tifosi e gli dice di smetterla. Non sono i tifosi a pagare le multe, ma le società. Oppure se il campo venisse squalificato per un numero elevato di partite, per esempio 5, verrebbero trovare delle situazioni. Fosse così tutto il campionato, il razzismo, secondo me, diminuirebbe. Io la penso così, intanto per cominciare. Però se non viene fatto, vuol dire che c’è qualcosa che non va. A me è capitato tante volte di subire certe cose razziste anche dai giocatori, e non posso reagire. O meglio: potrei reagire, ma da fuori nessuno vede o sente ciò che mi è stato detto, e se andassi a parlare dopo mi direbbero ‘no, non ho detto così’. A chi credono? E’ la mia parola contro la sua. Reagire non è facile, e quando reagiamo qualcuno pensa che facciamo le vittime, ma non è così. Non è facile venire umiliato e abusato. Fa male. Non riesco a trovare il motivo. Siamo tutti diversi in questo mondo, ma siamo tutti uguali. Viviamo nello stesso pianeta, ma qualcuno ti vede diverso solo per il colore della pelle. Uno deve essere giudicato per la persona che è, non un’altra cosa. Io posso solo andare avanti, per me non finirà mai. C’era 100 anni fa, siamo nel 2022 e continua a succedere, vuol dire che andrà sempre avanti così. Dobbiamo essere sempre noi a subire, e nessuno sta facendo niente".  

LA COMUNICAZIONE SUI SOCIAL
"Io delle volte cerco di essere sincero. A volte noi giocatori perdiamo tempo. Quando diciamo ‘Sono tre punti importanti’ lo sanno tutti. Hai vinto la partita, sono tre punti. Se pubblichi una foto ogni volta… Ho alcuni amici che vado a vedere, e i loro post sono sempre una foto e ‘tre punti’ nella caption. Se vinci il campionato metti 40 foto simili… cambia un po’! I social per me non sono la vita reale, e dobbiamo cercare di essere un po’ trasparenti. Ci sono persone che pubblicano sempre cose false, foto fatte sempre bene, curate, non vedo mai nessuno che pubblica una foto brutta. Ci sta mettere le foto, eh, sono i social. Tanti lo fanno anche per i like, che a me non interessano. I social sono così: quando pubblichi le ‘cagate’ arrivano milioni di like, quando metti una cosa bella, sensibile, intelligente, non interessa a nessuno. Ognuno poi fa quello che vuole, a me i social interessano pochissimo anche se ogni tanto pubblico".  

LE INTERVISTE
"Quando faccio le interviste cerco sempre di essere equilibrato. I giornalisti fanno le domande sapendo già le risposte, eppure le fanno lo stesso. Delle volte c’è in mezzo una trappola, poi i calciatori ci cadono, e se ci cadono è un problema. Noi giocatori diciamo quasi sempre le cose che vogliono sapere i giornalisti. A volte bisogna essere trasparenti. Non tutta la verità, però cerchiamo di essere un po’ realistici".

SEGUIRE IL CALCIO
"Per me è un po così-così. Ci sono alcune partite che mi piace vedere. Lo seguo nel mio tempo libero, ci sono alcuni giocatori che mi metto a guardare. E’ un hobby, ma è anche un lavoro, che non finisce mai. Non finisce in campo. E’ come studiare: arrivi a casa e devi fare un esame di coscienza, su come ti sei allenato. Non lo dico perché è una intervista, ma io arrivo a casa - e mia moglie e i miei amici lo sanno - e se non mi sono allenato bene non sono felice. Cerco di non essere troppo triste perché il giorno dopo si riparte. Perdo una partita o in partitella, mi girano le palle, perché poi ci prendiamo in giro tra compagni, ma torno il giorno dopo per cercare di vincere. Quindi guardo anche gli altri giocatori per imparare da chi è molto più forte di me e gioca a un livello superiore. Troppo calcio non va bene neanche, non bisogna esagerare. Ogni tanto faccio anche altre cose, per stare tranquillo e scaricare l’adrenalina".

GLI IDOLI
"Crescendo ho visto tanti giocatori che ti fanno innamorare del calcio. Igor e gli altri brasiliani con cui ho giocato lo sanno: quando vedo Ronaldinho posso smettere di fare qualsiasi cosa, mi fa proprio impazzire. Ti fa divertire e si diverte. Fa tutto in maniera naturale, non sta a pensare a ciò che deve fare. Fa tutto con una tranquillità estrema. Lui è il calcio. Crescendo, il giocatore che mi faceva impazzire era Xabi Alonso. Il suo modo di giocare, come vedeva le cose 3 ore prima degli altri, i suoi passaggi, la misura dei passaggi, come cambiava gioco, come dettava i tempi della squadra. Mi faceva impazzire. Poi quando ho iniziato ad allenarmi con la prima squadra all’Inter ho visto Thiago Motta. E mi ha fatto smettere di guardare gli altri. Era impressionante. Giocava solo di prima, e non sbagliava mai. Sono rimasto scioccato. E’ un giocatore che ho sempre ammirato, ed essendo mancino anche lui per me era tutto".

IL TEMPO LIBERO
"Gioco a Call of Duty, sono appassionato, mi fa impazzire. Leggo qualche libro ogni tanto, quando ho un viaggio lungo, sulla spiaggia. A casa difficilmente leggo. A casa dedico il tempo a fare altro".

IL FANTACALCIO
"Non gioco al fantacalcio, non mi piace. A volte mi sembra un bel gioco, ma vedo che qualcuno esagera, e non mi piace. Si scherza e si ride, ma ci deve essere sempre un limite. E c’è la gente che scrive delle cose su Instagram. ‘Mi hai fatto perdere la giornata’, o che insulta pesantemente. Se faccio gol in primis è per me e per la squadra, non per il fantacalcio. Io sono il responsabile: sono io che voglio fare la prestazione, l’assist o il gol. Ho degli amici che mi scrivono: ‘Oh Alfred fai gol’ e io sono il primo che voglio far gol, non è che non voglio. Il Fantacalcio viene dopo. Può essere un gioco piacevole, quando c’è un limite. Se vogliamo scherzare okay, ma ci deve essere un limite".

ALFRED TRA 20 ANNI
"Difficile saperlo. Quello che faccio oggi sarà determinante per il mio futuro. Cerco di fare sempre le cose fatte per bene, e di lasciare un buon ricordo ovunque io vada. Poi fra qualche anno vedremo".

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