Ecco le parole dell’attaccante argentino Beltran intervistato in esclusiva dal Corriere dello Sport.
Sta per rientrare Gudmundsson: ci si vede lei insieme con l’islandese?
“Mi ci vedrei benissimo insieme ad Albert. Abbiamo caratteristiche simili ma anche differenti, però dipende dalle scelte dell’allenatore. Che io non discuterò mai: qui siamo in tanti che vogliono e possono giocare. Ripeto, non è mai una questione di ruolo o posizione: a me basta aiutare la squadra.”
Lei è pronto a fare il centravanti per necessità o scelta dello stesso Palladino?
“Certamente. Io voglio giocare e aiutare la Fiorentina. Dove non ha importanza e sono pronto a soddisfare tutte le richieste dell’allenatore. Io cerco il contatto con il pallone, desidero averlo tra i piedi per entrare nell’azione, per fare assist ai compagni, per puntare la porta avversaria.”
Ruolo e pochi gol segnati. Da più parti si diceva potessero allontanarla da Firenze: ma lei ha tenuto duro e ora nessuno parla più di cessione.
“Se c’è una cosa che mi caratterizza come persona e come calciatore è di non desistere mai e quando le cose non andavano bene ho fatto leva su questo aspetto. Ma indispensabile è stata la fiducia di Commisso che mi spronava sempre a non arrendermi e a dimostrare il mio valore: e se lo dice il presidente va ascoltato e seguito. Insieme all’appoggio della mia famiglia, degli allenatori, dello staff e dei compagni che hanno sempre avuto un atteggiamento positivo nei miei confronti: un calciatore è sempre espressione di ciò che lo circonda.”
La maglia numero 9 di Batistuta sulle spalle: peso o orgoglio?
“Soltanto un orgoglio. Enorme. So che cosa ha fatto “il Bati” qui a Firenze e non dico che voglio essere come lui, perché è impossibile. Ho visto i video, i gol che segnava, quello che ha dato lui alla città e alla Fiorentina è stato incredibile. E per me è un orgoglio immenso indossare la maglia numero 9.”
A proposito di consigli: è vero che sua madre voleva che facesse il centrocampista e non l’attaccante?
“Racconto un episodio delle mie giovanili. Giocavo trequartista indossando la maglia numero 10, perché fin da bambino volevo avere il pallone tra i piedi. Il mio allenatore di allora decise di cambiare sistema di gioco trasformandomi in riferimento offensivo nel 4-3-3. Centravanti, insomma. Un po’ di tempo dopo, a carriera mia già avviata, quell’allenatore incontrandolo mi ha detto: “Visto che avevo ragione?”
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