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Metterci la faccia

Sono passati quattro anni dal 2016, anno dell’ultima apparizione della Fiorentina in Europa. Da allora,  in casa viola si sono succeduti tecnici, allenatori, presidenti, giocatori. Eppure – quelle si, non sono cambiate – anno dopo anno le parole senso di appartenza, personalità, attacco, o meglio la loro assenza, sono sempre state elencate come i principali artefici di questo infinito anno di transizione. Di sicuro, diciamolo, in questi anni la fortuna non ha assistito la Fiorentina. Tra mal di pancia di giocatori chiave, cambi societari, qualificazioni europee assaporate e poi sfumate in tribunale, contestazioni e tragedie che vanno ben oltre l’ambito calcistico Firenze sembra non riuscire a trovare tregua. Non ultimo, ad esempio, la problematica Coronavirus, che non contento di avere debilitato buona parte della rosa viola prima a marzo e poi ad inizio di questa nuova stagione, ultimo il neo acquisto Callejon, ha deciso di far fare a meno ai ragazzi gigliati anche del condottiero Prandelli, in un momento quantomai delicato vista posizione in classifica e pressioni conseguenti. Il tutto senza considerare l’assenza del pubblico a far assaporare cosa voglia dire vestire la maglia viola e a proteggere una squadra piena di nuove elementi e in difficoltà emotiva prima ancora che prettamente sportiva. Sfortuna, dicevamo. Basti pensare all’attacco. In fondo, quante volte in questi anni si è sentito dire “La Fiorentina spreca troppe occasioni”. Un po’ di buona sorte, qualche pallone un centimetro più avanti, e staremmo raccontando tutta un’altra storia. Forse, chissà. Un ragionamento simile è spesso stato fatto nel corso degli anni anche in società nel commentare i malcontenti della tifoseria. Al di là del fatto che possano o non possano esserci state attenuanti, quel che è certo è che la Fiorentina da troppo tempo manca dalle nobili del nostro calcio, da troppo tempo si porta dietro le stesse problematiche. In questo senso, l’intervento di ieri di Daniele Pradè non sarà probabilmente risolutore, ma certamente è un bel passo rispetto al passato. Una analisi lucida, e con un po’ di sana autocritica. Ecco da dove ripartire. Ovunque si voglia arrivare, un mea culpa è un buon punto di partenza.  

Beatrice Canzedda

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