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IACHINI, Oggi fuori “Un calcio al virus”. C’è anche la sua testimonianza..

Oggi Alessio Alaimo, esperto di mercato di TMW, presenta sui suoi canali il libro “Un calcio al virus”. Un racconto del 2020 sportivo che narra l’esperienza pandemica all’interno del panorama calcistico, e tra le varie esperienze c’è anche quella di Beppe Iachini, che ha vissuto la pandemia in prima persona ai tempi della Fiorentina. Oltre al suo intervento sono presenti anche Mimmo Criscito, Daniele Faggiano, Bruno Alves e altri protagonisti del mondo della politica e del mondo della scuola. Questo lo spezzone di Iachini: “Sono stato 64 giorni a casa, molti senza neanche poter fare un tampone. Ero a Firenze, a casa, e non stavo bene. Dopo una settimana dalla chiusura del Paese erano emerse alcune positività nel gruppo squadra. E io mi sono ritrovato con febbre, tosse e dolori alle ossa senza sapere però se fosse influenza o Covid. Mi avevano detto di prendere la Tachipirina e le gocce per la tosse, ma i sintomi continuavano quotidianamente. Poi nei giorni a seguire facevo fatica a respirare. Alcuni della squadra e dello staff avevano fatto i tamponi ed erano risultati positivi. Io non sapevo cosa avessi. E sono andato avanti così per quarantacinque giorni. Facevo fatica a respirare, ad un certo punto ho aperto la finestra per provare a prendere aria. E a letto dovevo trovare la posizione migliore per dormire, mi mettevo a pancia in giù e così riuscivo a trovare un po’ di sollievo. Mi hanno fatto il tampone dopo 45 giorni e sono risultato positivo. Dopo dieci giorni dal primo, al secondo tampone ero ancora positivo. E poi, al 65 giorno mi sono sottoposto nuovamente al test e finalmente è arrivato il risultato sperato: negativo. Nel lockdown i ragazzi erano sempre in contatto con il mio staff e soprattutto con il preparatore atletico. Facevano allenamenti individuali di forza e potenza aerobica, ovviamente a casa. E io cercavo di stare in collegamento con loro e con lo staff tecnico e sanitario. Io comunicavo al telefono, normalmente. Nessun computer e nessuna videochiamata. In quarantena facevo quello che facevano tutti: guardavo la tv per capire l’evolversi della pandemia, in attesa di uno spiraglio di luce. Lo stop al campionato a marzo è stata la decisione più giusta. Passare sopra la pandemia e giocare era impossibile. Giusto fermarsi, per rispetto di chi ha perso la vita o chi ha pianto i propri cari. Le immagini di Bergamo, le bare trasportate dai militari, sono una fotografia indimenticabile. Pensare di vivere una cosa del genere nel 2020 era inimmaginabile. Sulla ripartenza c’erano dei dubbi da parte di tutti. Noi però dovevamo tenere la squadra sull’attenti. All’inizio della ripresa la squadra ha dovuto svolgere allenamenti individuali in presenza, poi quando è arrivato il via libera abbiamo cominciato con i lavori di gruppo. Alla ripresa abbiamo fatto una bellissima cavalcata conquistando il decimo posto. Ma i dubbi erano tanti perché non sapevamo come potesse rispondere il singolo calciatore dopo uno stop così lungo e nel caso di qualcuno dopo la positività al Covid. Anche il campionato 2020/2021 è stato un campionato particolare. Non abbiamo potuto svolgere la preparazione. Quello che abbiamo vissuto rimarrà nella storia, della vita e del calcio. I tifosi sono mancati tantissimo. Noi facciamo questo lavoro anche per la gente, siamo abituati al tifo e a vivere la partita a seconda del luogo in cui ci troviamo. Casa o trasferta. Certi gol, con il pubblico allo stadio, qualcuno non li avrebbe mai subiti. Senza la gente, inconsciamente, il contesto può sembrare quello di un’amichevole del giovedì. Con il Covid abbiamo vissuto momenti bruttissimi. E certamente un plauso va a chi ha lavorato per salvare vite umane. Il popolo ha dimostrato grande unità. Quel maledetto 2020 ce lo ricorderemo per sempre

Redazione

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