Il giornalista Stefano Cecchi è intervenuto sulle pagine de La Nazione per parlare della crescita di Dodò.
La felicità, perdio, la felicità. Quella che dicono insinuarsi in porte che non sapevi di aver lasciato aperte e che spesso fa da cosmetico per la bellezza. Ecco, se nel football esistesse un partito della felicità, lui ne sarebbe probabilmente il segretario. Perché tutto nel calcio di Domilson Cordeiro dos Santos, che per comodità chiamiamo Dodo, rimanda all’allegria
Si, Dodo, terzino locomotiva destinato con il suo stantuffare a travolgere tutto quanto si trovi sul suo percorso lungo la fascia di destra, è nei fatti un dispensatore sano di contentezza. Uno che quando si affaccia nel catino del Franchi sembra sempre aver chiara l’idea che il calcio è un gioco e che dunque senza festosità diventa un controsenso. L’altra faccia del musonismo dei Chiesa o dei Bernardeschi, che ad ogni scatto o ad ogni dribbling sembravano avere dentro una sofferenza espiativa più adatta alla contrizione religiosa che non al football
Lui no. Lui scatta e sorride, prova il dribbling e sorride, prende un ammonizione e sorride, non con l’inconsapevolezza dello stolto ma con quella predisposizione naturale alla beatitudine dei brasiliani, che sembrano conservare il gusto fanciullo del prendere a calci una palla anche quando sono uomini maturi e campioni affermati
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