Stefano Cecchi, all’interno dell’edizione odierna de La Nazione, ha analizzato la figura di Kouamè, attaccante che ha convinto Vincenzo Italiano come hanno testimoniato le ultime dichiarazioni del tecnico viola nel post gara contro la Roma.
Queste le sue parole: “L’avessero chiesto a me quale dei giocatori viola vorrei al fianco per andare in guerra, forse avrei detto Igor, per via del fisico bronzeo che lo fa somigliare a un bronzo di Riace carioca. O magari Cabral, per la sua aggressione erculea alle partite. Ma a lui, no. Per quelle leve gracili che in passato a Prato gli fecero guadagnare il soprannome di «Gambine», e quell’aria perenne da studente in gita, no, a lui non avrei mai pensato. Se però mister Italiano dichiara che in caso di battaglia al suo fianco vorrebbe proprio Christian Kouamé, qualcosa dentro di acciaio che a noi sfugge deve proprio averlo questo attaccante dalle movenze di felino e dall’allegria contagiosa. Kouamé, dunque, l’uomo delle battaglie. Un calciatore che, come Ranieri, nessuno si aspettava e per questo capace di intercettare ancor più benevolenza”.
Continua così: “Di lui la Fiorentina si innamorò quattro anni orsono, quando a Marassi con la maglia del Genoa calamitò al piede un pallone che arrivava da Saturno e, dopo aver scherzato proprio Ranieri, lo spedì alle spalle di Dragowski.Un gol quasi animale, figlio del suo calcio spontaneo mai educato in una scuola calcio. Kouamé, infatti, il mestiere di calciatore lo ha affinato nelle strade di Bingerville, Costa d’Avorio: «Giocando per strada ho imparato tante cose. Lì tutto è permesso, puoi fare quanti tocchi di palla vuoi, mentre nelle scuole calcio se non giochi a due tocchi ti mettono fuori». Solo che questo tipo di calcio sembrava bandito dall’ortodossia di Italiano, tecnico-profeta di un football industriale, collettivo e disciplinato. Per questo, altro che battaglia: lui nel ritiro di Moena era confinato in fureria. Un giocatore col foglio di via in mano, chiamato nelle partitelle a fare numero. Ma il calcio a volte è davvero il luogo del merito. Così, il suo impegno in quel ruolo scomodo, non passò inosservato a Italiano, che volle concedergli fiducia. «Vieni con me nelle prime battaglie», gli disse il tecnico. E lui, l’attaccante che non doveva esserci, quella fiducia la ripagò eccome”.
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