Arriva l’annuncio: Pioli è pronto a tornare

Torna a parlare Stefano Pioli, che si è raccontato in una lunga intervista al Corriere dello Sport-Stadio con Ivan Zazzaroni, toccando in particolare i temi legati alla sua ultima esperienza alla Fiorentina e temi legati al suo futuro. Di seguito alcune delle sue dichiarazioni.

Pioli cammina verso la panchina (foto OneFootball)

L’intervista a Stefano Pioli

Sull’esperienza alla Fiorentina

Niente alibi. Le responsabilità sono state quasi esclusivamente mie. Penso da sempre che quando le cose non vanno bene le colpe non possano essere totalmente attribuibili all’allenatore, tuttavia in questo caso me le prendo. Mi è dispiaciuto immensamente perché ero tornato a Firenze con tanto entusiasmo, tanta energia, tanta fiducia. Forse è stato proprio questo l’errore, nel senso che tanta energia e tanta fiducia mi hanno portato a sopravvalutare alcune situazioni, ho alzato troppo l’asticella e siamo rimasti schiacciati.

Dopo l’esperienza in Arabia avevi perso umiltà?

Sono luoghi comuni, assolutamente no, non è così. Quello di Firenze è un ambiente al quale ero particolarmente legato, lo sono ancora per le cose fatte da calciatore e per la prima esperienza da allenatore. È andata malissimo al di là dei risultati che sono stati completamente negativi in campionato, mentre in Conference avevamo vinto tutte e quattro le partite e fatto un buon lavoro.

La società non era attrezzata a sufficienza per gestire tali difficoltà?

Penso che sia stato un esonero giusto in quel momento, soprattutto nell’ultima partita col Lecce non mostrammo alcuna reazione. Io non ho mai dato colpe ad altri, mi sono sempre guardato dentro e ho imparato più dalle situazioni negative che da quelle positive. A Firenze ho anche comunicato male, lo so incoraggiando troppe aspettative.

Su Pradè

Mai avuto dubbi sulla correttezza di Daniele. Come succede spesso, c’è una società che propone dei giocatori all’allenatore e l’allenatore che dice sì o no. A volte si fa quello che si può. Volevamo migliorare la squadra nel tempo. Non potevamo far tutto nella prima sessione di mercato.

Anche dopo di te le cose sono cambiate poco. Sembra una maledizione.

Mi auguro di no. Hanno cambiato tanto e speso tanto. Credo che Paratici sia un grande direttore sportivo, la squadra si è alzata di livello. Le difficoltà iniziali sono comprensibili.

Sulla fine del rapporto con la Fiorentina

La verità è che ho fatto una rescissione consensuale dopo l’esonero, perché si trattò di esonero, e rinunciai a un anno di contratto.

C’è un giocatore della Fiorentina che ti piace particolarmente?

Atta mi piace molto, ora sta giocando poco. Pensavo che dall’Udinese potesse andare in Inghilterra o in una big, con tutto il rispetto per la Fiorentina. Non so, Milan, Inter. È una mezzala d’inserimento, come giocava all’Udinese. Sul centrosinistra, rientra e ha un bel tiro.

Sei bollito?

Non sono affatto bollito. È vero che l’ultima esperienza è andata male, ma mi sento giovane dentro e ancora in grado di dare tanto. Certo, il calcio è così, i social assegnano etichette emotive. Bastano due vittorie e non sei più bollito.

Il ritorno di Pioli (foto OneFootball)

Per quanto allenerai ancora?

Per qualche anno. Ho sempre ripetuto che fino a 70 starò in campo. Poi si vedrà.

Hai già fatto parecchie esperienze. Dove vuole andare adesso?

Prendo in considerazione anche l’estero, però mi piacerebbe restare in Italia. Vorrei dimostrare qualcosa qui. Ho ricevuto tante offerte da fuori, ma non da Spagna, Inghilterra e Francia. In Italia qualcosina ma non di così forte.

Cosa ti è rimasto dello scudetto del Milan?

Tanto. È stato l’apoteosi del nostro percorso, mi ha lasciato soprattutto dei rapporti bellissimi con i giocatori. Li ho sentiti anche l’altro giorno, mi hanno fatto gli auguri per il compleanno. È stata un’esperienza veramente piena di emozioni, gratificazioni, ma anche di alti e bassi, quello di Milanello è un ambiente veramente particolare. Il sostegno di Ricky Massara e Paolo è stato fondamentale.

Quando hai capito che ce l’avreste fatta?

Quando abbiamo vinto a Roma con la Lazio, l’energia che mettevamo in campo, sprigionavamo qualcosa di potente, a Milanello pensammo che poteva essere davvero la nostra stagione.

Ibra che ruolo ha avuto?

Abbiamo cominciato a puntare al titolo a gennaio quando sono arrivati Zlatan e Kjaer, due leader completamente diversi. Zlatan d’impatto, un leader caratteriale, fisico, che ha cambiato l’atteggiamento della squadra, la più giovane a vincere lo scudetto, quindi non abituata a lavorare con quell’obiettivo. Ha alzato il livello dell’allenamento, dell’attenzione, ha dato una mentalità. Simon un leader silenzioso, uno che andava a parlare coi giocatori singolarmente. Il lavoro di un allenatore è facilitato dalla presenza di giocatori così, è più semplice vincere se hai personalità del genere.

Su Cristiano Ronaldo

Una bella esperienza allenarlo. Se non hai avuto a che fare con Cristiano non ti rendi conto di quanto sia grande. È molto rispettoso, ha l’ossessione di restare il campione incredibile che è. Diciamo che l’ho allenato, ma soprattutto accompagnato nella sua gestione del Cristiano quarantenne. Le sue 24 ore sono tutte in funzione della prestazione finale: si sveglia alle 6 e 30, fa colazione, fisioterapia, forza, attenzione a tutto. Una macchina da guerra. Si allena tanto, ha dei metodi suoi, non puoi togliergli il lavoro sulla forza. A livello fisico fa cose che ad altri non potrebbero riuscire. Sa ancora strappare, ha un salto che gli permette di restare in cielo dieci secondi più di chiunque altro.

Il più forte che hai allenato?

Miro Klose, fortissimo. E Giroud, un campione sia tecnico sia morale, Olli abbina le due cose. Fa gruppo, clima. A differenza di Zlatan che è grintoso, incazzato, divisivo, Olli trasmette una serenità assoluta e che professionista poi… Sempre a 100 all’ora, con qualsiasi acciacco, e ne aveva tanti. Zlatan, certo, di un’intelligenza sopra la media, chiaramente a livello calcistico. C’è lo Zlatan pubblico, il personaggio, e quello nello spogliatoio. Ricordo che quando arrivò da noi, si presentò a Milanello alle 7 di sera, eravamo io e lui, aveva male a un ginocchio, come sempre. Ci vedemmo nel mio ufficio, mi guardò negli occhi e disse: “Tu allenatore, io giocatore, io rispetto te, tu parla chiaro con me e io sarò sempre dalla tua parte”. Così è stato. Una sola volta abbiamo avuto un diverbio, colpa mia, che non gli avevo parlato.